25 aprile: Il settore forestale ai tempi del Duce

Dalla militarizzazione del Corpo forestale ai viali alberati, le azioni sul settore forestale durante il ventennio fascista

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Oggi 25 aprile 2022 si celebra l’anniversario della liberazione d’Italia dal nazifascismo, la fine dell’occupazione nazista e la caduta del regime fascista. Quale migliore occasione, se non questa, per vedere quali siano stati gli effetti di questo periodo storico nei confronti del comparto forestale italiano?

Innanzitutto, è importante sottolineare come, durante il ventennio, il settore agricolo e forestale siano stati di cruciale importanza per il regime. Dal punto di vista economico, l’assetto totalitario che si andava cercando richiedeva una disponibilità interna di materie prime soddisfacente (cereali, bestiame, legname a scopo energetico, ecc.). In ottica propagandistica, invece, basti pensare al tema della bonifica delle paludi, ancora oggi ritenuta un caposaldo delle politiche fasciste “ben riuscite”, e che approfondiremo nel corso dell’articolo. Tuttavia, a causa della loro importanza secondaria, le azioni e gli effetti di quegli anni nei confronti del settore forestale non vengono approfonditi in modo adeguato.
Ma non vi preoccupate, Giornal di Bosco è qui proprio per questo!

Prima di vedere le principali azioni intraprese dal regime fascista è doveroso fare un breve excursus sull’organo che governava direttamente il settore forestale: il “Corpo forestale”. Prima dell’avvento del Duce, il controllo del settore forestale era affidato al “Corpo reale delle foreste” (C.F.S) che traeva origine “dall’Amministrazione forestale per la custodia e la tutela dei boschi del Regno di Sardegna”, istituita nel 1822. È stato proprio il CFS ad approvare la prima legge forestale nel 1877, istituendo vari vincoli sul territorio e mettendo le prime basi legali in tema di controllo del dissesto idrogeologico. Nel 1926, però, il Corpo reale delle foreste viene soppresso su iniziativa di Italo Balbo, per fare spazio alla nuova “Milizia nazionale forestale. La sua origine militare (si trattava infatti di una specializzazione della “Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale”) era facilmente rintracciabile dall’organizzazione gerarchica che la distingueva. Essa era infatti costituita da più legioni, a loro volta suddivise in coorti, e poi in centurie, manipoli e distaccamenti. Il personale che la costituiva era composto da ufficiali (di norma laureati in scienze agrarie o ingegneria), sottufficiali e militi (provenienti dal precedente Corpo forestale e dagli allievi delle scuole sottufficiali e militi). Negli anni successivi alla sua nascita il loro numero aumentò arrivando a 337 ufficiali e 3.441 sottufficiali solo nel 1930. Oltre alle nove legioni italiane, al momento del riordino della Milizia eseguito nel 1936, si contavano anche due legioni straniere (di natura coloniale): Tripoli e Addis Abeba. Infine, nel 1939 con l’attribuzione della corona del Regno d’Albania, venne istituita la dodicesima legione, poi aggregata alla nona armata impiegata in Jugoslavia e Grecia. Prima della caduta del regime fascista, nel 1944 con un decreto legislativo del Duce, la Milizia venne ribattezzata “Guardia nazionale repubblicana della montagna e delle foreste”. Nel 1948, chiusosi il periodo fascista, venne costituito il “Corpo forestale dello Stato”.

Consegna della medaglia da parte di Mussolini alla Milizia forestale per le azioni in Africa Orienatale. https://it.wikipedia.org/wiki/Milizia_forestale

I compiti della Milizia forestale erano molteplici: 

  • difesa e incremento del patrimonio boschivo;
  • assestamento forestale;
  • vivaismo forestale;
  • sistemazioni idraulico-agrarie;
  • progresso economico delle aree montane e sorveglianza;
  • concorso alla tutela dell’ordine pubblico, sempre in ambito forestale.

Dopo aver visto il percorso storico che ha seguito il Corpo forestale, concentriamoci ora sulle azioni più rilevanti intraprese dal regime durante il ventennio in campo forestale.

Innanzitutto, uno dei primi obiettivi fu quello di “difendere ed incrementare il patrimonio boschivo del paese” che “a causa della Grande Guerra era stato fortemente colpito”. I numerosi conflitti a fuoco con utilizzo di ordigni avevano prodotto ingenti danni ai territori interessati, ma ad aver causato gli strascichi maggiori furono i grandi prelievi di legname volti al sostentamento della popolazione e per la fornitura di materiale da costruzione di trincee e avamposti.

L’indirizzo di “conservazione” delle foreste dettato dal Duce era volto però ad ottenere legno per le medesime finalità militari, con un ulteriore passo avanti: l’indipendenza di materie prime rispetto agli altri paesi. Questo si nota per la grande importanza data alla pioppicoltura nel corso degli anni ‘30. La possibilità di ottenere del legname per la produzione di carta a basso costo (vista la possibilità di produrla “in casa”) e in tempi rapidi (8-12 o al massimo 20 anni), suscitò grande interesse negli addetti ai lavori, tanto da portare, nel 1935, alla nascita dell’”Ente Nazionale per la Cellulosa e la Carta” (ENCC). Solo nel secondo dopoguerra si è assistito, tuttavia, ad un forte sviluppo del settore, che si è poi andato riducendo a partire dagli anni ‘80, fino ad arrivare al vero e proprio crollo dei giorni nostri.

L’impianto di pioppeti riguardò quasi esclusivamente le zone di pianura dove sussisteva però un altro grande problema: quello delle paludi. È ben noto come uno dei più importanti canali di propaganda di Mussolini sia stato proprio il tema della bonifica delle zone malariche. Quelle che noi oggi conosciamo come zone umide e, quindi, come zone di grande importanza dal punto di vista della biodiversità, al tempo erano viste solo come zone non coltivabili e come nuclei di diffusione della malaria, perciò assolutamente inutili e, anzi, da eliminare. Con grande fortuna per i naturalisti però, l’enorme opera propagandistica in questo senso non fu supportata dai fatti, e gli 8 milioni di ettari da bonificare promessi tra il Delta del Po e le cosiddette Paludi pontine si trasformarono in soli 500 mila ettari, quindi solo il 6% circa, come riporta E. Novello in “La bonifica in Italia”.

Le azioni previste in ambito forestale e ambientale durante il ventennio non si limitarono però solo al contesto montano e rurale, ma anche a quello urbano. Con la Circolare di Dario Lupi (sottosegretario alla pubblica istruzione) del 1922 venne intrapresa la creazione di viali e parchi della rimembranza in onore dei caduti della Grande Guerra. Secondo tale circolare, in ogni città e paese d’Italia gli alunni avrebbero dovuto piantare un albero per ogni caduto, prendendosene poi cura durante la crescita. È da tale iniziativa che hanno avuto origine viali alberati e parchi presenti ancora oggi in numerose città, non senza svariati problemi, soprattutto quando questi viali alberati si trovano lungo strade extraurbane.

Viale di lecci a Forlì. Foto di Elena Rossi

Infine, un grande impatto sul comparto forestale è relativo alle politiche di guerra del regime, le quali hanno portato, come anche durante il primo conflitto, all’utilizzo sregolato delle risorse forestali ai fini del sostegno dell’industria bellica e come fonte di energia per la popolazione. Tali pratiche hanno contribuito alla perdita di qualità delle foreste (numero di specie e longevità) e all’utilizzo eccessivo della rinnovazione artificiale, con effetti negativi che possiamo vedere tutt’oggi; come nel caso di Vaia, in cui si è potuto vedere chiaramente tutta la vulnerabilità e la scarsa resilienza dei popolamenti nati in quell’epoca.  

L’ultimo effetto sulle foreste italiane, seppur non direttamente collegato alle manovre fasciste, è stato lo spopolamento delle aree montane nel dopoguerra. In un periodo di grandi cambiamenti, ci fu una vera e propria migrazione verso le grandi città in un contesto di ricchezza industriale molto attraente, il quale però ha portato ai numerosi effetti negativi legati dell’abbandono di attività come l’alpicoltura e la selvicoltura, che contribuivano attivamente al mantenimento di territori altrimenti poveri e inutilizzabili.  

È quindi facile intuire come il periodo fascista non abbia apportato benefici al settore forestale e ambientale. La militarizzazione del Corpo forestale, la ricerca dello sviluppo interno del settore (anche attraverso la pioppicoltura), le grandi manovre propagandistiche, e soprattutto lo scoppio della guerra sono risultate fortemente dannose per il settore. Solo i parchi e i viali della Rimembranza possono essere visti in un’ottica positiva, quantomeno per il contesto urbano. La loro età, però, richiede oggi interventi di manutenzione e rinnovo che spesso rischiano di essere fuorviati dalla volontà di “conservazione storica” spesso dannosa in ambito naturale e per la sicurezza della popolazione.

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