La foresta dei Maya

Intervista a Eugenio Ah sul significato di foresta per lui e per i Maya Mopan dei giorni nostri

Tempo di lettura 10′

I campi coltivati di Eugenio nel sud del Belize. Foto di Giacomo Pontara.
Belize, un piccolo Paese del Centro America. Foto con licenza CC.

“Foresta”, una parola ma migliaia di percezioni e significati che variano a seconda della persona che pronuncia questa parola, dei suoi interessi, della cultura e dell’ambiente naturale in cui si trova. Muovendosi oltre il semplice linguaggio, l’articolo esplora un modo diverso da quello occidentale di concepire la foresta. Nello specifico, l’articolo riporta il punto di vista di Eugenio Ah e del popolo dei Maya Mopan di cui fa parte nel sud del Belize, un piccolo Stato del Centro America.

Com’è la foresta in San Antonio, nel sud del Belize?

Qui troviamo foresta tropicale e una varietà di sotto-ecosistemi. Abbiamo molta foresta intatta nel distretto di Toledo, dove vivo. Gli impianti di monocultura però causano deforestazione: i bulldozer rimuovono gli alberi distruggendo il suolo e la biodiversità. Altri fattori insostenibili sono l’allevamento e gli incendi, ma la natura può curarsi dopo i danni subìti: gli stessi animali aiutano a riportare la foresta dove era stata distrutta con la dispersione naturale di semi dai frutti che mangiano, come fanno i pipistrelli presso i miei campi. Questo lo capisci se vivi vicino alla foresta!

Quindi la biodiversità gioca un ruolo importante: per foresta non intendiamo solo un insieme di alberi. Che definizione di foresta daresti secondo te e secondo la tua popolazione?

La foresta è vita e morte. È il cerchio della vita. Vita naturale e umana. La foresta dà l’aria che inspiriamo e cattura l’anidride carbonica che espiriamo. Non c’è vita se tagliamo gli alberi senza una loro gestione responsabile, perchè verrebbero a mancare anche altri servizi e benefici che danno. 

La foresta che circonda e interagisce con le coltivazioni di Eugenio. Foto di Giacomo Pontara.

La foresta è come un negozio, dove puoi prendere il materiale necessario alla costruzione delle nostre abitazioni tradizionali. La foresta è un tempio che crea la nostra spiritualità per via dell’attaccamento che abbiamo. Per i Maya Mopan, la foresta è anche una farmacia perché fornisce medicine: qui ricevi le erbe necessarie. Uno può usare le erbe della foresta per diminuire o aumentare la propria fertilità, per esempio. Certo, prima ancora dell’invenzione delle pillole moderne, i Maya sapevano già di questi principi grazie alla conoscenza del ‘dottore della foresta’ o sciamano. Lo sciamano può essere un uomo o una donna, e questo è quello che succede dopo una nascita in una famiglia di Maya Mopan. Quando nasce un bambino, per noi è molto importante che la mamma si riposi per le due settimane successive. Usiamo il carbone della foresta per alleviare i dolori alla pancia per i primi due giorni. Inoltre, c’è una palma (Dismoncos), con molte spine, che cuciniamo e serviamo come zuppa alla mamma subito dopo il parto. I lombrichi arrostiti aiutano ad attivare il flusso di latte materno per il neonato. Questo è un legame forte con la foresta: l’inizio della vita. 

Queste sono cose che il mondo là fuori non conosce. La mia generazione sa molto di questo ma i tempi stanno cambiando. Nascita, vita, spiritualità e morte sono valori e legami con la foresta per me e per noi Mopan.

Eugenio, sembra proprio che la foresta significhi anche energia. Ci puoi spiegare di più cosa intendi per energia fra persone e foresta?

La foresta è l’energia che sentiamo. Il dottore della foresta regola questo nesso di energia.  Ogni volta che un giovane si interessa a questa conoscenza e vorrebbe diventare uno sciamano, deve passare attraverso un’iniziazione che richiede anni di studio. Deve prepararsi sul piano mentale, fisico, spirituale ed energetico. 

Eugenio mostra alcune zucche e frutti dei suoi terreni. Foto di Eugenio Ah.

A una certa età l’apprendista deve passare una prova: dovrà dimostrare di saper curare con energia seguendo un procedimento specifico. La giovane persona va quindi nella foresta e cerca l’albero Sumaroba gumbo limbo, una specie particolare di albero, e prende energia da questo; poi torna al villaggio. Se il Sumaroba gumbo limbo si secca, l’apprendista deve ritornare e ridare l’energia all’albero. Vita. Così il dottore della foresta è in grado di prendere e dare energia agli esseri viventi influenzandone la loro salute e vita. La regolazione di questo flusso di energia è essenziale per il benessere del paziente. 

Ci sono anche energie negative là fuori, e così il maestro insegna a gestire le energie negative e positive. In questo caso per esempio, l’energia si prende e si restituisce all’albero, ancora vita e morte.

Eugenio mostra alcune zucche e frutti dei suoi terreni. Foto di Giacomo Pontara.

Eugenio, sembra proprio che ti interfacci con due generazioni e approcci. Cos’è necessario perché questi due mondi interagiscano in un dialogo costruttivo? Sei ottimista quando pensi alle prossime generazioni?

Sì! Noi possiamo riempire le lacune di conoscenza. Da una parte c’è la scienza moderna e dall’altra la conoscenza tradizionale della natura: dobbiamo abbracciare entrambe col giusto equilibrio, perché abbiamo molto da imparare da entrambe. I Maya stanno ricevendo dei riconoscimenti per il contributo che hanno dato nella gestione delle foreste in passato. I leader e politici di oggi devono capire la foresta. Il Belize ha iniziato a esportare legname – specialmente mogano – e adesso anche banane e cacao. Questo sistema ricevuto dai ‘Paesi sviluppati’ esercita pressioni sempre più forti sulle foreste. Sento di poter aiutare i due mondi a comunicare e a dimostrare alle generazioni più giovani che questo è possibile. La riscoperta del nostro nesso con la foresta, con madre Terra – o “na’luum’ “ in Mopan – è un’opportunità imperdibile.

Gli indigeni si considerano figli del suolo: veniamo dalla terra e abbiamo un forte legame nella conoscenza tradizionale della natura, per esempio. Uno ha bisogno di questo forte legame per leggere la scienza tradizionale. In questo periodo siamo nella stagione delle piogge, per esempio, e la conoscenza tradizionale della foresta ci dice: sbocciano i fiori di piante acquatiche, rane e uccelli cantano in modo diverso. È arrivato il tempo della stagione delle piogge, lo capiamo da questi messaggi. Ci piace condividere questo coi più giovani, come mio nipote Mauricio. Spero potrà continuare a coltivare il sogno di vivere in foresta.

Vivi in foresta? 

Sì, vivo in foresta. Ogni giorno la attraverso per poco più di un chilometro per andare al lavoro. Qui mi sento come fra le nuvole, leggero in mezzo a tutto quello che mi circonda: c’è un senso di pace che ti sommerge nell’energia degli alberi; un luogo dove mi rilasso prima di raggiungere casa, quando torno dal lavoro. Posso riconoscere le diverse voci del coro della foresta, come quella degli uccelli, del ruscello e dei mammiferi che incontro sul sentiero. 

Eugenio, hai accennato ai giorni passati e al nesso che la gente aveva e ha ancora con le foreste. La donna ha un rapporto particolare con le foreste?

Frutti dell’albero del pane dai terreni di Eugenio. Se cotti, I frutti ricordano il sapore del pane. Foto di Giacomo Pontara.

Tornando indietro ai tempi dei miei nonni, ricordo mia nonna che conosceva molte specie di piante medicinali. Mio nonno usava il mais come cibo. Poco prima di iniziare la semina, mia nonna era solita preparare l’incenso che poi il nonno bruciava pronunciando parole come una cantilena per piantare. Oltre la cerimonia di semina, le donne avevano anche altri ruoli specifici: erano esperte nella raccolta di cibo, come le chiocciole d’acqua dolce, condividevano i loro ruoli con gli uomini: potevano andare a prendere legna da ardere o piantare alberi. Comunque, la società moderna sta cambiando le abitudini delle giovani, che spesso sono in carriera. Spero ci sarà consapevolezza del collegamento alla madre Terra. C’è bisogno di bilanciare la vita tradizionale con quella moderna. Specialmente il cibo che mangiamo viene dalla terra. Infine, il Covid-19 ha spinto molte persone nelle zone rurali, dove possono solo produrre cibo e sono più vicine alle foreste. Dipende dai leader cogliere l’opportunità, specialmente per le donne.

Hai commenti finali per chi ti sta leggendo?

Siamo davanti a un dilemma: il depauperamento delle foreste è e continuerà ad essere causa di seri impatti, e il cambiamento climatico rende questo evidente. Ho fiducia che la mia gente e il governo del Belize accoglieranno l’idea di piantare alberi per una migliore resilienza. 

Abbiamo un detto: “Un uomo che pianta alberi e sa che non siederà all’ombra di questi, capisce il significato della vita”. Quest’uomo lascerà un posto migliore ai suoi nipoti. È per questo che pianto alberi ogni giorno sui miei terreni: voglio trattenere l’acqua nel suolo e aumentare la copertura forestale. Pianto alberi per aiutare la foresta a ritornare e sovrapporsi all’agricoltura, creando sinergie come sistemi agroforestali o, più in generale, agro-ecologici.

C’è ancora molto da fare, ma ci sono altre persone come me, con un forte legame con la foresta. Stiamo facendo la nostra parte. Speriamo sia una lezione che anche altre persone possano imparare… devi solo cominciare a piantare! È tempo di rinverdire il paesaggio. Salviamo l’umanità.

Eugenio che attraversa la foresta. Foto di Giacomo Pontara.

“C’è un senso di pace che ti sommerge nell’energia degli alberi; un luogo dove mi rilasso prima di raggiungere casa, quando torno dal lavoro.”

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