Come reagiscono le piante alle avversità?

Anche gli alberi hanno un “istinto di sopravvivenza”

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Gli alberi, come tutti gli organismi viventi, adottano una serie di strategie per garantire la rinnovazione della loro specie all’interno del bosco. In generale, la rinnovazione avviene attraverso produzione di semi (come nel caso delle fustaie, cioè boschi con fusti singoli) o attraverso la produzione di gemme (come nei cedui, cioè boschi con alberi costituiti da più fusti che fuoriescono dalle stesse radici).

Governo a ceduo. Foto di sybarite48

In uno dei precedenti articoli si è ampiamente parlato di selvicoltura, di pianificazione forestale e di tagli. Sì, perché i tagli sono uno dei compiti di un forestale. Vi chiederete: ma i forestali non amano i boschi? Perché tagliano gli alberi?

Alcuni tagli compiuti in bosco si chiamano “tagli di rinnovazione” e servono per la crescita delle nuove generazioni, simulando quello che in natura viene definito un “disturbo”.

I disturbi, che per noi sembrano molto più dei disastri, possono essere le valanghe, le frane, gli incendi o il vento. Anche altre avversità ambientali come la siccità o l’impoverimento dei suoli possono danneggiare le piante e permettere l’arrivo o facilitare malattie e parassiti. 

Ed è in queste circostanze che gli alberi riescono a far emergere il loro istinto di sopravvivenza, sviluppando la capacità di resistere alle avversità; avversità di cui, in alcuni casi, hanno addirittura bisogno.

Strobili. Foto di Bio Hi Tec

Ne abbiamo parlato nell’articolo sulla prevenzione degli incendi boschivi, che nonostante siano visti sempre con un danno all’ecosistema, riescono ad apportare benefici ad alcune specie di piante, come la Xanthorrea, che ha più probabilità di riprodursi con il passaggio del fuoco, o i Pini, il cui rilascio dei semi avviene solo dopo essere stati a contatto con temperature molto alte, tipiche degli incendi. Questo particolare fenomeno, chiamato serotinia, oltre che grazie al fuoco, viene innescato anche da altri fattori, come l’umidità, il riscaldamento da parte del sole o da condizioni atmosferiche asciutte. Al passaggio del fuoco, gli strobili (detti comunemente pigne) dei pini, che contengono i semi, sono sigillati da una resina che li tiene chiusi, e non si aprono finchè non sono sottoposti a un calore tale da sciogliere questa sostanza. Questa “fuoriuscita” di semi rappresenta una vera e propria garanzia naturale quando le condizioni avverse hanno provocato un danno al bosco. Il danno però è strumentale per permettere alle nuove generazioni di affermarsi senza ricorrere alla competizione per le risorse con le piante vicine.

Anche un disturbo da vento, che può distruggere i rami, le chiome e nei casi più gravi spezzare e ribaltare alberi interi, può garantire la riproduzione della specie, per esempio lungo i corsi d’acqua come nel caso del Pioppo nero, i cui rami spezzati, trasportati dal vento e dall’acqua, si interrano lungo il cammino dando vita a nuovi alberi.

Popolazione di Pioppo lungo un corso d’acqua. Foto di Borghy52

Anche quando la produzione di semi ci sembrerà più scarsa del solito, non abbiamo da temere. Probabilmente il bosco si starà preparando a un’annata di “pasciona”, cioè sta accumulando sostanze nutritive per produrre di più l’anno successivo. La pasciona è, infatti, un evento naturale che consiste in una produzione particolarmente abbondante di frutti e semi da parte di alcune specie forestali. Nei casi di pasciona piena, i frutti abbondano sulla maggior parte degli alberi, mentre nei casi di pasciona parziale, sono solo gli alberi posti in piena luce a produrre frutti in abbondanza.

In genere questo fenomeno si verifica a intervalli di tempo (non regolari) che variano da una specie forestale all’altra, ed è influenzato per lo più dalle condizioni meteorologiche cui è sottoposta quella determinata pianta in quel periodo. Per esempio, se ad inizio estate il clima è fresco, e se all’inizio della successiva estate le temperature sono calde, allora sarà molto probabile che al terzo anno si verifichi la pasciona.

Questa può essere vista anche come un adattamento delle piante messo in atto soprattutto negli ambienti dove mancano fosforo e azoto. Quando questi nutrienti scarseggiano, le piante conservano le risorse concentrandosi nell’accrescimento vegetativo, e poi fioriscono abbondantemente negli anni successivi, dopo aver accumulato le giuste quantità dei nutrienti che gli servono per riprodursi. Inoltre, mantenendo bassa la produzione di frutti negli anni, scarseggia anche la presenza dei predatori in bosco, che oltre a garantire una maggiore germinazione dei semi, permette un aumento demografico di animali come topi e ghiri che riescono a sopravvivere al mancato attacco dei predatori.

Il faggio, per esempio, è una delle specie capace di svolgere la pasciona per eccellenza. Questo produce delle piccole “castagne” (dette faggiole), che sono i frutti preferiti dagli orsi, i quali durante l’estate, e in particolar modo in autunno, restringono i loro spostamenti proprio nei pressi delle faggete, rimanendo per settimane anche in aree molto piccole alla ricerca di questi frutticini.

Orso bruno marsicano. Foto di Emanuele Montella
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