Riflessioni sulla caccia

Come Mario Rigoni Stern ha cambiato la mia visione sui cacciatori

Tempo di lettura 3′

Foto di Rhett Noonan da Unsplash

I cacciatori, come i forestali, non stanno simpatici. Gli uni uccidono gli animali selvatici, gli altri abbattono gli alberi. Sul perché si abbattano gli alberi e sul fatto che la negatività dell’azione sia una percezione dell’opinione pubblica ne abbiamo già parlato qui. Quello legato alla caccia, è un dibattito complesso e perciò affascinante, dove decine di argomentazioni si intersecano fra loro e dove posizionarsi decisamente a favore o contro è forse quasi impossibile. Voglio qui aggiungere un tassello al già colorato mosaico dialettico, per offrire il mio punto di vista che sicuramente andrà contro quello della maggior parte dei lettori. Come già si intuisce non parlerò dell’argomento in termini negativi, ma voglio anche ribadire che questo è un articolo d’opinione, in questo caso la mia. L’intento non è convincere, né imporre alcun pensiero, ma piuttosto condividere come una lettura d’autore possa far riflettere.

Mario Rigoni Stern è noto per il suo libro più celebre Il sergente nella neve, che racconta la ritirata degli alpini dalla Russia nel 1943 vissuta da lui in prima persona. Rigoni Stern ha scritto altri libri, molti dei quali sono racconti sul bosco. Nato sull’altopiano di Asiago, in Veneto, è stato un grande amante del bosco che ha saputo dipingere con una scrittura suggestiva e incantata, a tratti nostalgica. Essendo stato anche un cacciatore, molte storie raccontano proprio di questa attività. Rigoni Stern illustra le sensazioni dello svegliarsi alle quattro di mattina all’apertura della stagione della caccia, il fucile già pronto e pulito sul tavolo della cucina, il cane che freme di eccitazione, il veloce caffè prima di uscire ancora col buio e risalire il versante della montagna, l’andare nei posti che si conoscono, il seguire le tracce, il consumo di un pasto frugale sotto un albero e il riposo prima di riprendere l’inseguimento, il ritorno stanchi a sera, più soddisfatti se con qualche lepre. 

Dalle pagine dei racconti di Rigoni Stern (si consigliano Il bosco degli urogalliUomini, boschi e api, Racconti di caccia), trapela tutta la conoscenza che il cacciatore ha dell’ambiente che lo circonda e che spesso è trasmessa di generazione in generazione. Trapela la profonda connessione e sintonia che il cacciatore stabilisce con la natura quando si adatta ai suoi ritmi svegliandosi al sorgere del sole e coricandosi al suo calare. Trapela il rapporto che instaura con gli animali selvatici. Nel mondo naturale infatti, preda e predatore sono strettamente collegati e questo legame implica una profonda conoscenza delle abitudini reciproche, di capacità di lettura del paesaggio per poter nascondersi o fuggire gli uni, e acquattarsi o attaccare gli altri. Il cacciatore quindi nel suo essere predatore si cala nel mondo naturale e selvatico e ne è parte.

Le riflessioni sulla caccia stimolate dai libri di Rigoni Stern mi hanno portato a prendere in considerazione anche gli allevamenti e le mie scelte di consumo di carne. Vedo l’attività di allevamento estensivo, ovvero quello in cui gli animali “liberi” sono all’aria aperta, come analoga alla caccia perché cala gli uomini nella natura. Avere le bestie e portarle al pascolo è un altro modo di instaurare un rapporto con il mondo animale, in questo caso simile al mutualismo, ovvero dove entrambe le parti traggono un vantaggio. Il ritmo della vita di chi ha un allevamento estensivo è in un certo senso adattato al ritmo degli animali e anche in questo caso implica una conoscenza di campo dei cicli stagionali e del territorio. Vedo invece l’allevamento intensivo, ovvero quello industriale dove gli animali sono in capannoni, come snaturato e quanto di più distante ci sia dal contatto con la natura sia per gli animali che per gli allevatori. Senza contare il fatto che la carne proveniente da questi allevamenti viene spesso distribuita nei grandi supermercati e che, in comune con tanti altri prodotti, viene gettata nei cassonetti quando la sua vita commerciale termina, anche in grandi quantità. Il dispiacere che ne consegue è vedere così disonorato nella spazzatura un animale che abbiamo ucciso per la tavola. Ecco perchè mangerei più volentieri selvaggina o carne di allevamento estensivo e biologico dovendo scegliere.

Per concludere, quello che Mario Rigoni Stern mi ha trasmesso e che ho voluto riportare qui, è come il rapporto predatore-preda sia profondo e implichi una conoscenza e un’abilità nel leggere la natura che in molti abbiamo perso. Spero di essere riuscita nel mio intento, in caso contrario vi rimando alla lettura dei suoi libri e vi immergerete in un bosco magico e allo stesso tempo reale fatto di silenzio, ascolto, passi cauti e fruscii distanti.

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