Foreste inesplorate, sotto il pelo dell’acqua

Uno sguardo agli ecosistemi d’acqua dolce e alle loro più grandi minacce

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Quante volte ci sarà capitato di fermarci ad osservare o fotografare un fiume, un torrente o un piccolo lago alpino, durante un’escursione in montagna o, più semplicemente, guardando fuori dal finestrino dell’auto durante un viaggio?
È facile rimanere affascinati dalla bellezza del paesaggio, ma è altrettanto facile confondere degli ecosistemi ampi e complessi, come quelli d’acqua dolce, con semplici elementi del paesaggio, inquadrandoli troppo spesso esclusivamente nella loro accezione estetica.

Torrente Valnontey che scorre nell’omonima valle all’interno del Parco Nazionale Gran Paradiso. Foto di Federico Romanato.

Gli ecosistemi di acqua dolce, suddivisibili in sistemi lotici (quelli delle acque correnti, come fiumi e torrenti) e lentici (quelli delle acque stagnanti come laghi, paludi e stagni), possono essere considerati proprio come delle foreste sotto il pelo dell’acqua. Infatti, pur apportando delle semplificazioni, sono molte le similitudini tra i soggetti e i meccanismi di una foresta terrestre e quelli di una “foresta acquatica”.

Tipicamente, la componente vegetale nei boschi è composta da erbe, arbusti e alberi. Nei boschi, ad esempio, si possono trovare contemporaneamente piante erbacee appartenenti a varie famiglie come, ad esempio, le Poacee e le Liliacee, arbusti tra cui il nocciolo (Corylus avellana) e il mirtillo (Vacciunium myrtillus), e alberi come l’abete rosso (Picea abies) e il larice (Larix decidua). Nei corsi d’acqua, invece, la flora è meno rappresentata e gli organismi che la compongono variano molto in base al tratto di fiume che si considera. Nei pressi delle sorgenti si trovano soprattutto i muschi acquatici e igrofili (una categoria di muschi che si può trovare sia nelle Alpi che negli Appennini è, ad esempio, quella a Platyhypnidium riparioides, Fontinalis antipyretica e Brachythechium rivurale), mentre le piante superiori acquatiche, cioè tutte quelle provviste di radici fusto e foglie, come la Sagittaria saggitifolglia e Lemna minor preferiscono le acque più lente dove i fondali sono sabbiosi e argillosi, come nei grandi fiumi di pianura. Nei torrenti montani, invece, le condizioni risultano poco adatte alla presenza di queste specie, soprattutto a causa del fondo tipicamente roccioso e all’elevata velocità della corrente. Per questo a dominare sono alghe, cianobatteri e licheni acquatici, responsabili delle chiazze colorate che si vedono su ciottoli e massi nei greti dei torrenti. 

Zona delle risorgive di un affluente della Dora Baltea nel comune di Cogne (AO). Foto di Federico Romanato.

Come per le foreste in cui si possono trovare insetti, uccelli, ungulati e predatori in grado di utilizzare direttamente o indirettamente le risorse vegetali, anche i fiumi sono occupati da numerose specie animali. Nei livelli più bassi della catena alimentare si trovano gli invertebrati. In particolare, a rivestire una grande importanza nelle dinamiche ecologiche, sono i macroinvertebrati bentonici (cioè tutte quelle specie di insetti e invertebrati più grandi di 1 millimetro, che dipendono, almeno in una fase della loro vita, dall’acqua) che includono ad esempio varie specie di insetti, crostacei e molluschi. In aggiunta, le acque dolci sono abitate anche da numerose specie ittiche. Queste variano spostandosi dalla sorgente alla foce a seconda delle diverse condizioni ecologiche e stazionali (substrato, pendenza, altitudine, ecc.). Nei tratti a corso lento si possono trovare ad esempio la tinca (Tinca tinca), la carpa (Cyprinus carpio) il luccio (Esox lucius), mentre nei tratti montani le trote (Salmo spp.) sono tra le specie più presenti.

Come per la maggior parte degli ecosistemi presenti nel pianeta, anche quelli d’acqua dolce sono sottoposti a una forte e crescente pressione antropica. Gli effetti però possono essere talvolta meno chiari a causa della difficoltà legate al loro studio e allo scarso interesse dimostrato più volte da parte delle autorità che dovrebbero occuparsene. Queste, in molti casi, al momento della pianificazione di opere idrauliche (in larga parte opere di difesa dal rischio idrogeologico e impianti idroelettrici) tendono ad accontentarsi di adottare la soluzione più rapida e meno costosa, senza considerare gli impatti sulla componente animale e vegetale, come dimostrato da un’indagine condotta dal CAI (il Club Alpino Italiano). Gli ecosistemi d’acqua dolce, definiti uno studio dei ricercatori dell’Università di Hong Kong “i più minacciati al mondo”, sono costantemente messi a rischio da numerosi fattori, riassunti nel Quaderno di Conservazione della Natura (numero 17) di Zerunian, in: alterazione degli habitat (gli esempi più classici sono l’artificializzazione degli argini e la bonifica dei canali nelle zone di palude), inquinamento dell’acqua, introduzione di specie invasive non native come il pesce siluro (Silurus glanis) o il gambero rosso della Louisiana (Procambarus clarkii), pesca eccessiva o illegale, e utilizzo delle acque oltre il limite di tolleranza dell’ambiente.

Tali aspetti sono stati identificati nel contesto italiano, tuttavia, nel resto del nostro pianeta la situazione non appare discorde. Il WWF, infatti, in uno dei suoi numerosi articoli rivolti a questo tema, evidenzia come tra i 177 fiumi più lunghi al mondo solo meno di 70 presentino ancora condizioni naturali, essendo privi di interventi umani.

Opera di sbarramento presente nel torrente Savara in Valsavarenche (AO). Foto di Federico Romanato.

L’attenzione che ormai da diversi anni sta interessando le foreste e gli ecosistemi naturali ha messo in luce come le azioni dell’essere umano, dopo aver causato un problema, possano essere in grado di eliminarlo o, quanto meno, di mitigarlo fino ad un livello tollerabile. È necessario, quindi, che anche gli ambienti acquatici vengano considerati e tutelati per l’importanza che rivestono, sia dal punto di vista ambientale ed ecosistemico, che da quello di “risorsa” per l’essere umano. Va ricordato infatti che la maggior parte dell’acqua potabile proviene proprio dalle riserve di acqua dolce, che costituiscono circa il 2,5% di quella totale presente sul pianeta, di cui però solo l’1% risulta utilizzabile (Rapporto Federparchi). 

La bellezza della valle solcata dal torrente cristallino con il suo scorrere impetuoso è paragonabile all’equilibrio stupefacente e fragile che regola questi legami subacquei. Proprio per questo è necessario comprendere l’importanza e tutelare la persistenza di queste foreste inesplorate, sotto il pelo dell’acqua.

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