Piantare alberi: la soluzione migliore?

Esplorando il potenziale degli alberi nella mitigazione del cambiamento climatico

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“Il Presidente Trump e la First Lady piantano un albero in South Lawn in onore della Giornata della Terra e della Giornata dell’Albero” dalla Casa Bianca, con licenza di CC PDM 1.0

Avete mai sentito parlare di aziende che si impegnano a compensare il loro danno ambientale piantando alberi, o di iniziative di riforestazione in città? Oppure letto di governi che fissano un numero di alberi da piantare contro la crisi climatica?

Certo, interrare una piantina che domani si slancerà poderosa verso il cielo è un messaggio di speranza per il futuro. Si tratta anche di un potente messaggio di green marketing per un numero crescente di consumatori attenti all’ambiente. In che modo però possono degli alberelli essere la soluzione al cambiamento climatico? Quanto è fattibile? 

L’albero è spesso al centro delle discussioni sul clima per la sua capacità di assorbire l’anidride carbonica (CO2) dall’atmosfera. Facendo questo, l’albero poi rilascia ossigeno e vapore acqueo mentre trattiene il carbonio (C) dalla CO2 e lo immagazzina in legno, foglie, ecc.. Gli alberi quindi filtrano l’aria, trattenendo una parte di CO2 che usano per crescere. Questo effetto filtro è molto interessante se pensiamo alla CO2 che emettiamo: carbone, petrolio e legno sono diverse forme di carbonio che bruciamo, liberandolo così in atmosfera sotto forma di CO2. Il grande quantitativo di anidride carbonica in atmosfera sta però alterando il clima a livello globale. Piantare alberi può quindi aiutare a ‘catturare’ parte dell’eccesso di CO2 dall’atmosfera per conservarlo nei nuovi alberi. Questo tentativo di riequilibrare i livelli di CO2 nell’aria è abbastanza per frenare il cambiamento climatico?  Basta piantare più alberi? Si tratta di una soluzione, però non esiste una superficie abbastanza grande e disponibile dove piantare tanti alberi quanti ne servirebbero per assorbire l’anidride carbonica che stiamo accumulando in atmosfera. Inoltre, mentre piantiamo, continuiamo a tagliare alberi già cresciuti e spesso in un modo insostenibile, oltre a mantenere una perdita globale che è superiore alla nuova foresta che cresce ogni anno. 

La sfida non dovrebbe quindi rispondere solo alla domanda di quanti alberi piantare: è anche necessario pianificare come piantarli e come assicurare il loro mantenimento in futuro.

Però le piantine di alberi non assorbono più CO2 e non crescono più velocemente di quanto facciano gli alberi già cresciuti. Inoltre, gli alberi piantati oggi dovranno invecchiare e raggiungere grandi dimensioni per assorbire una quantità rilevante di CO2 e contribuire alla mitigazione della crisi climatica. Questo richiede decine di anni, mentre il cambiamento climatico è già presente. L’attenzione quindi si sposta dalle piantine dei progetti di riforestazione ai grandi alberi delle foreste intatte e vetuste: la loro conservazione è importante per favorire il loro potenziale di assorbimento di CO2.  Oltre all’effetto positivo sul clima, alberi imponenti e foreste intatte e vetuste possono ospitare un ecosistema molto più bio-diverso dei boschi più giovani e utilizzati dall’uomo. William Mommaw, professore emerito della Fletcher School, conia la ‘proforestazione’ per indicare questo approccio di conservazione delle foreste intatte con alberi grandi. Sottolinea la loro doppia importanza: contrastare sia il cambiamento climatico sia la perdita di biodiversità. Mommaw conclude che la proforestazione rimuove più CO2 dall’atmosfera nel presente-futuro, e lo fa a un costo minore di quello necessario a riforestare. Altri studi mostrano invece che una gestione attiva dei boschi sembra la strategia migliore di mitigazione del cambiamento climatico, per esempio in Canada e Germania. La gestione attiva, cioè il taglio di alberi attento a non danneggiare la salute del bosco, può in alcuni casi stimolare l’ecosistema ad assorbire e immagazzinare più carbonio di quanto farebbe una sua gestione passiva, come la proforestazione.

La proforestazione non risponde a come soddisfare la continua domanda di legno. Forse certe iniziative di riforestazione potrebbero essere ripensate come fossero delle piantagioni per togliere i denti delle motoseghe dai tronchi degli alberi grandi? Spostare la domanda di legno su un altro materiale (quale?) quali nuovi problemi causerebbe? Sarebbe (più) efficace contro il cambiamento climatico?  

In conclusione, la scelta di gestione forestale contribuisce a mitigare il cambiamento climatico. Fermarsi a questo però farebbe mancare altri obiettivi vitali per gli ecosistemi e per l’uomo, come il contrasto della perdita di biodiversità. Infine, piantare nuovi alberi e gestire le foreste in modo sostenibile è importante contro il cambiamento climatico, ma il cambiamento dei nostri modelli energetici lo è di più: questo ci permetterebbe di uscire da una retorica incoerente di lotta alla crisi climatica con azioni congiunte e più efficaci fra i settori di produzione e il potenziale di mitigazione delle foreste.

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