Storia di popoli in foresta

Forse difficile da credere, ma nel mondo ancora molte persone ci vivono!

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“[…], un’elementare saggezza indica che la difesa della terra è la difesa degli esseri umani che abitano il mondo australe” [da Le Rose di Atacama, Luis Sepulveda]

Vita in foresta. Disegno di Gaia Pasqualotto.

Palazzi, strade asfaltate, acqua corrente, elettricità: aspetti, così come molti altri, che possono essere dati per scontati da molti di noi. Dall’altra, piante, animali e natura sono ormai il “target” delle gite del fine settimana e non sono più, almeno nella nostra cultura occidentale, parte integrante della nostra quotidianità. Lo sono invece per circa più di un miliardo e mezzo di persone che dipendono strettamente da essi, vivendo all’interno o nelle zone limitrofe alle foreste; circa 250 milioni di queste persone vivono proprio in foresta. Difficile da credere, ma in realtà è proprio così! 

Spesso, al concetto di conservazione naturale si associa l’immagine di una foresta composta solo da piante e animali. D’altronde sono queste le immagini che ci vengono comunemente presentate da immagini di testo e dai documentari televisivi.In realtà, molte foreste, in particolare quelle nella fascia tropicale, sono caratterizzate dalla presenza di persone che vivono o al loro interno o in loro prossimità. In questo articolo vi vogliamo portare nel cuore dell’Africa verde, nella Repubblica Democratica del Congo, che con i suoi 152 milioni di ettari di foresta, rappresenta la seconda più grande zona di foresta pluviale del mondo (CAFI, 2019)

Come già noto e anche spiegato in un nostro precedente articolo, la R.D.C. è tristemente oggetto di conflitti socio-ambientali  per l’accaparramento delle risorse naturali. Questo a scapito non solo della natura, ma anche dei popoli delle foreste.

Repubblica Democratica del Congo, nel Kivu settentrionale, Masisi, Rubaya. 16/09/2013. Il Coltan, un metallo raro usato per i microchip di telefoni cellulari e computer, è una miscela di columbite e tantalite. Il suo valore di mercato è così alto da aver suscitato l’interesse di multinazionali ed organizzazioni criminali: per destabilizzare la situazione politica ed appropriarsi dell’estrazione mineraria a prezzi contenuti, vengono finanziati gruppi armati in guerra tra di loro. Sotto la supervisione dei compratori in Rwanda, soldati e poliziotti controllano il territorio, sfruttando la popolazione locale e rivendendo le risorse naturali: i proventi servono ad acquistare altre armi che garantiscono un ulteriore potere.  Nella foto alcuni minatori escono da un tunnel della miniera. Gli incidenti in miniera sono comuni. Foto di Marco Gualazzini.

Ma oggi di conflitti non vogliamo parlare, il focus restano quelle popolazioni voce, dice il missionario Vittorio, di culture che conservano saggezze che sono vero patrimonio dell’umanità e ci proietteremo nell’area della Riserva della Biosfera di Yangambi, in particolare nell’area di Yanonge, lungo il fiume Congo, a circa 50 km dalla città di Kisangani.

Chi sono queste persone? 

Si tratta spesso di popolazioni autoctone che in qualche modo sembrano essere disconnesse da quel mondo che noi riteniamo essere la normalità, e che hanno forse preservato una briciola di quel carattere un po’ autentico che contraddistingue la natura umana. Alla base del loro sistema sociale tradizionale ci sono la famiglia e il clan. 

Nell’area di Yanonge, sono presenti principalmente cinque clan: Yalisuma, Yahisimba, Bokoto, Bolelafuka, Yaluka. Ogni famiglia appartiene ad un clan e più clan possono coesistere nello stesso villaggio. In quest’area, molti di questi clan non sono autoctoni, ma provengono da altre parti del Congo, in seguito alle deportazioni durante la colonizzazione belga. Era un’area infatti tristemente famosa per la tratta degli schiavi. Vivono in capanne di fango, utilizzano legno e fibre vegetali come materiale da costruzione per le loro abitazioni. I fiumi o i ruscelli rappresentano la loro principale fonte d’acqua e sono soliti cucinare utilizzando il carbone come principale fonte di energia: questi popoli dipendono strettamente dalle risorse naturali per la loro sopravvivenza – la foresta è per loro il trionfo della vita – dice nuovamente il missionario Vittorio nel suo libro.

Fiume Congo – bambini intenti a farsi un bagno sulla sinistra e persone intente ad attraversare il fiume con la tipica imbarcazione, chiamata pirogue sulla destra. Foto di Elena Vissa.

Consumano piante, prodotti forestali selvatici come bacche, bruchi (immagino la vostra espressione in questo momento, ma si tratta di abitudini!), frutti di bosco, pesce dei fiumi etc. cacciano animali selvatici- che sono meno di un tempo, ci dicono – e in combinazione, spesso coltivano anche prodotti agricoli come il riso, le patate, la manioca, così come molto altro a seconda della zona in cui ci si trova.

Villaggi lungo il fiume Congo, Repubblica Democratica del Congo. Fonte: Progetto FORETS, CIFOR (Center for International Forestry Research)

Politiche inclusive volte a conservare ambiente e tradizioni e a riconoscere i diritti di coloro che le foreste le vivono nella loro pienezza  possono creare sinergie fra culture e migliorare il benessere delle popolazioni forestali e la tutela delle foreste, ovvero il luogo dove loro abitano. Questo a vantaggio non solo loro, ma anche nostro, che comodamente adagiati nella nostra routine occidentale beneficiamo lo stesso di quello che le foreste del mondo forniscono.

Conoscenze locali e ricerca scientifica  possono aiutare proprio nello sviluppo di politiche ambientali all’avanguardia e inclusive. Nel momento in cui nel nostro piccolo ci troviamo a ragionare sulle problematiche ambientali, sulla conservazione delle nostre foreste per la nostra stessa sopravvivenza, dovremmo farlo consapevoli che il primo passo verso la conservazione ambientale dovrebbe proprio partire dal rispetto dei diritti umani di coloro che la foresta la abitano, la conoscono e la vivono nella sua pienezza. Motivo in più per cui il nostro impegno nel preservare certi ambienti dovrebbe essere costante e forte.

Conservare le foreste si tramuta quindi nel preservare non solo quegli organismi che contribuiscono alla nostra esistenza, ma anche un grande patrimonio culturale, linguistico e sociale. Ed ecco che diritti umani e ambientali si fondono assieme, perché in fin dei conti siamo un tutt’uno.  

Nota: le foto relative all’estrazione del Coltan ci sono state gentilmente messe a disposizione dal fotografo Marco Gualazzini, che ha documentano la guerra mineraria che da anni affligge la Repubblica Democratica del Congo (www.marcogualazzini.com).

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