Nel cuore di tenebra del Parco Nazionale dei Virunga

La morte di Attanasio e Iacovacci in un Parco di bellezze, violenze e ingiustizie

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Il Parco Nazionale dei Virunga nell’est della Repubblica Democratica del Congo, con villaggi e campi intorno, e vulcani sullo sfondo. Foto di Hjalmar Gislason.

Splende il sole primaverile su Roma mentre la banda dei carabinieri conclude la marcia funebre di Chopin davanti alla folla che circonda i carri funebri di Luca Attanasio e Vittorio Iacovacci. Lo stesso sole dall’alto aveva seguito i due italiani nella foresta, dove hanno recentemente perso la vita in un’imboscata nell’Est della Repubblica Democratica del Congo. In effetti, si può letteralmente parlare di un’imboscata visto che è avvenuta tra le foreste del parco dei Virunga, un nome che i giornali si sono palleggiati continuamente ma senza avventurarsi in profondità nel contesto del parco, restando a quello regionale o nazionale. Perché le guardie forestali di questo parco sono ranger muniti di fucile e addestrati da forze speciali europee? Quali sono e da dove vengono le ingiustizie di sottofondo che vibrano nell’aria e si riflettono nei grandi occhi degli abitanti ai bordi di quest’area protetta? Cosa viene protetto nel folto della foresta, da chi e perché?

Indietro nel tempo

Un salto nel passato ci porta alla colonizzazione del Congo, quando nel 1885 divenne ‘proprietà personale’ del re del Belgio Leopoldo II. La visita di suo figlio, il principe Alberto I, al parco di Yellowstone in America, diede l’idea di creare una riserva che fosse rifugio per i gorilla di montagna presenti nel Congo belga. Nel 1925 fu così creato il Parco Nazionale Alberto, primo parco nazionale dell’Africa e ribattezzato come Parco Nazionale dei Virunga dopo l’indipendenza dal Belgio negli anni Sessanta. Il parco è oggi sito UNESCO e si estende per 7800 chilometri quadrati, oltre sei volte la superficie del comune di Roma.

Fauna unica

Una grande varietà di animali ed ecosistemi caratterizza la biodiversità del parco e l’interesse dei mercati illegali. Foto di Radio Okapi.

Elefanti, leoni, okapi e molti altri animali frequentano i vari ambienti dell’area protetta: dalla savana ai laghi, dalla foresta tropicale alle nevi d’alta quota sui vulcani del massiccio dei Virunga. Il gorilla di montagna è l’animale simbolo di questo parco proprio perché sopravvive qui e in pochissimi altri luoghi al mondo. La biodiversità di questo luogo è però minacciata da deforestazione e caccia illegale: quest’ultima è dovuta sia al consumo di selvaggina, sia alla vendita di parti di animali ai mercati internazionali.

Geografia instabile

Il parco dei Virunga fa parte del bacino del fiume Congo, la seconda foresta tropicale più estesa dopo l’Amazzonia. Nello specifico il Virunga si trova nella provincia del Nord-Kivu, presso il confine est del Congo: confina quindi con Uganda e Ruanda. Guerre e disordini nei Paesi vicini hanno provocato la migrazione di migliaia di profughi in Congo sul limitare del parco, dove poi entravano per procurarsi cibo. 

Ingiustizia ambientale

Bambini nei pressi del Parco Nazionale dei Virunga. Foto di Julien Harneis.

La progressiva espansione dei confini del Virunga ha inglobato territori già abitati da comunità locali. Queste sono state ricollocate – o deportate – fuori dal parco, come circa seimila persone nel 2005. Fra queste ci sono i Bambuti, uno dei gruppi etnici noti col peggiorativo di pigmei. Molti abitanti dei villaggi continuano le attività agricole nel parco per necessità e per protesta contro le restrizioni sull’accesso alle risorse del parco, che normalmente usavano. In molti speravano che la rinuncia a queste risorse sarebbe stata compensata dai guadagni dell’ecoturismo. Nonostante il permesso di trekking per vedere i gorilla costi 400 dollari al giorno, l’ecoturismo non ha sempre corrisposto alle attese delle comunità. Ci sono periodi in cui il parco è rimasto chiuso per il pericolo di bande armate, così come per il Covid-19, che i gorilla potrebbero contrarre dai visitatori. 

Guerriglia

Bande armate frequentano il parco, fra cui il gruppo che ha assaltato il convoglio ONU su cui viaggiavano Attanasio e Iacovacci. Le Forze democratiche di liberazione del Ruanda (Fdlr) hanno negato di esserne gli autori; queste fanno parte dell’etnia Hutu che perpetrò il genocidio del Ruanda negli anni Novanta. Sia le Fdlr sia i miliziani Mayi Mayi vivono di contrabbando delle risorse naturali e delle tasse che impongono illegalmente alle popolazioni locali. Anche il rapimento di dipendenti di ONG, religiosi, e perfino di contadini poveri, è un’attività redditizia dei ribelli, con cifre di riscatto che toccano i 500 mila dollari.

I ribelli M23, ripresi nel film Virunga, le Forze democratiche alleate (Adf), una milizia ugandese di estremismo islamico, sono altri esempi di ribelli che vessano le comunità e depauperano il parco. È proprio per l’appetito delle risorse naturali del parco e dell’est del Paese che l’area di Goma – capoluogo della regione – è di fatto e illegalmente territorio ruandese. Il Fronte patriottico ruandese (Fpr) rappresenta il partito-stato al governo in Ruanda, ed è colpevole di soprusi sulla popolazione congolese, secondo i missionari comboniani. Attanasio aveva scoperto molte informazioni su uccisioni di massa nell’est congolese, ma è stato ucciso dal Fpr prima di raggiungere e visitare le fosse comuni dove erano sepolte le vittime innocenti.

Un sottosuolo troppo prezioso

Le bande armate si contendono il controllo delle miniere di coltan nel parco, elemento chiave dei cellulari, e dei giacimenti di petrolio. Il film Virunga denuncia proprio i tentativi di esplorazioni di petrolio della compagnia britannica SOCO sotto il lago Eduard, all’interno del Virunga. Se da una parte il governo nazionale concesse le attività alla compagnia petrolifera, dall’altra la dirigenza del parco nazionale si oppose e riuscì a fermare le esplorazioni grazie alle pressanti richieste della comunità internazionale. Il direttore del parco, il principe belga Emmanuel de Merode, si salvò dall’agguato tesogli poco dopo in foresta.

Ranger di guardia nei pressi di Nyiragongo, nel Virunga. Foto di Matti Barthel.

Il quadro dipinto resta ancora incompleto e grossolano per la fitta giungla di attori e interessi coinvolti e in continuo cambiamento. Emerge però un modello di conservazione coloniale: l’uomo deve essere separato dalla natura per il bene della natura stessa, anche se vi è presente da generazioni, anche ignorando i diritti di persone vulnerabili come indigeni e nativi. Questo è un esempio di ingiustizia ambientale, o addirittura forestale.

È anche chiara la domanda di fondo che un Paese meno industrializzato si trova a rispondere: conviene conservare o rinunciare alla foresta per sfruttare il petrolio del sottosuolo? A chi conviene? Chi vince e chi perde dalla risposta a questa domanda?  È giusto che soffrano in pochi per un auspicato aumento della ricchezza nazionale? C’è certezza nel presupporre che la ricchezza verrà poi distribuita giustamente? Quanto antropocentriche sono queste domande e risposte?La classe politica di diversi Paesi si è già trovata a masticare queste domande, anche in Paesi già industrializzati. D’altronde sono evidenti i pro e contro, soprattutto considerando il breve e lungo periodo, giacché i giacimenti del sottosuolo sono limitati. 

Mentre i ranger corrono nella foresta verso il luogo dove hanno sentito uno sparo, gli occhi di un ippopotamo scivolano sotto il pelo dell’acqua, e più lontano il contadino scalzo solleva un’altra zolla di terra con la zappa. Il sole illumina il cartello di ingresso nel parco dei Virunga, come illumina le foto di Attanasio e Iacovacci sulle loro lapidi. Il cuore di tenebra che ha inghiottito le loro vite, pulsa di ingiustizie complesse, ma continua a battere nella speranza di tempi migliori per le persone che abitano intorno, per i gorilla di montagna e per le foreste del parco dei Virunga.

Gorilla di montagna nel Parco Nazionale dei Virunga. Foto di Luanne Cadd.
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