Selvicoltura: parte I

Il capo del Governo Conte a maggio 2020 l’ha inserita tra le attività prioritarie del post-quarantena, ma quanti sanno cos’è?

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Camminando in un bosco, capita di guardarsi attorno e vedere tante piante e pensare che sia un ambiente del tutto naturale, per così dire selvaggio. Non è però così naturale come potremmo pensare, in quanto le foreste italiane sono quasi tutte soggette da secoli alla mano dell’uomo, come nel caso delle foreste planiziali. Ma in che modo?

Fondamentalmente attraverso il taglio degli alberi. 

Ora, non fatevi venire i capelli ritti all’idea che tagliare gli alberi sia necessariamente l’origine di tutti i mali: esistono infatti una serie di regole e accorgimenti, praticati dall’uomo nei millenni, che permettono a noi di ottenere moltissimi benefici da questi ecosistemi, e agli ecosistemi stessi di durare nel tempo.  Infatti, se il taglio degli alberi segue una pianificazione, quindi non viene fatto in maniera casuale nello spazio e nel tempo, si può parlare di selvicoltura. La selvicoltura è infatti la scienza che studia l’impianto, la coltivazione e l’utilizzazione dei boschi, con lo scopo di soddisfare i bisogni dell’uomo, sociali ed economici, rispettando le esigenze ecologiche degli ecosistemi forestali. 

Cosa vuol dire quindi? Che l’uomo gestisce le foreste con l’obiettivo di trarne il maggior numero di benefici. Impegnandosi attivamente nella gestione infatti, l’uomo si assicura che la foresta, nonostante il fatto che venga utilizzata, continui a esistere in futuro, in salute, e lasciandola possibilmente in uno stato anche migliore di quello presente.

Ogni buona azione selvicolturale, deve obbligatoriamente tenere in considerazione:

  • la rinnovazione,  quindi la nascita di nuove piante per rimpiazzare quelle tagliate
  • le esigenze dell’uomo, che spaziano da prodotti come il legname, o i funghi, alla protezione dalle frane e dalle valanghe, all’immagazzinamento dell’anidride carbonica alle aree ricreative e tanti altri servizi. 

Perché l’azione selvicolturale sia efficace è necessario che segua una pianificazione forestale: il proprietario del bosco deve dotarsi di un piano forestale, redatto da dei tecnici, ossia i dottori forestali. Il piano ha una validità di 10-15 anni e chiarisce dove e come avverranno i tagli in bosco negli anni. Quando si scrive il piano forestale si valuta quanto il bosco cresce ogni anno, l’incremento, e si pianificano le operazioni di modo che non vengano mai tagliate quantità di legname superiore a questo incremento.Si capisce quindi che con la pianificazione, nel peggiore dei casi, la “quantità” di foresta dovrebbe rimanere invariata. Perché dovrebbe? Perché in Italia solo il 18% dei boschi è sottoposto a pianificazione, contro una media del 50% a livello europeo. Questo non significa che il resto dei boschi venga tagliato senza che ci sia un piano, ma semplicemente che invece di tagliare secondo un piano preciso, e quindi curare i nostri boschi, li lasciamo alla “libera evoluzione”. Li lasciamo a se stessi insomma, non tagliandoli affatto. 

Ma cosa c’è di male a lasciare le foreste a se stesse? Fondamentalmente nulla, almeno per le foreste, per noi invece è tutt’altra storia. Pratichiamo la selvicoltura per permettere alla foresta di fornirci tutti i servizi necessari, come la protezione da frane e valanghe o l’acqua pulita, già menzionate sopra pur conservando le foreste stesse e cercando di mediare tra un ecosistema che conservi un alto livello di biodiversità e serva i nostri scopi. Purtroppo, senza un piano di tagli adeguato, siamo costretti a soddisfare la domanda di legname importandolo da altri Paesi, alcuni dei quali non hanno leggi che contrastano lo sfruttamento delle foreste, o lo fanno illegalmente

To be continued…

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