Cos’è la foresta?

Riflettendo sul brulichio di definizioni dietro la parola ‘foresta’

Foresta, bosco, selva… tutte parole che ci portano a pensare a un insieme di alberi più o meno vicini fra loro. Gli alberi del parcogiochi in città o i filari di meleti sui versanti della valle sono quindi boschi? La confusione aumenta quando pensiamo alle notizie di riduzione o aumento delle foreste: cosa si sta misurando esattamente? Se si deforesta in Indonesia per piantare palme da olio, davvero possiamo parlare di deforestazione nonostante le ampie distese di ‘nuova foresta’ di palme? Questa confusione mostra la fretta che abbiamo a volte di come gestire la foresta prima ancora di aver chiarito che cosa gestiamo.

Bosco o foresta: un problema di misure?

Bosco e foresta sono generalmente sinonimi in italiano, ma esiste una sottile differenza: mentre la foresta può avere vaste estensioni e trovarsi ai Tropici, come la foresta Amazzonica, il bosco ha una dimensione più ridotta e può essere creato e mantenuto dall’uomo. Salendo dal livello linguistico a quello ecologico, vediamo la foresta come un eco-sistema di elementi che interagiscono fra loro e con l’ambiente, come suolo, piante, animali e clima. Il tipo di elementi, di ambiente e di interazioni differenzia il tipo di foresta in mediterranea, alpina, ecc.

Quindi dove sta la confusione? Gli Stati usano spesso diversi indicatori per classificare le proprie foreste, ma accettano in gran numero la definizione della FAO, l’agenzia delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura: un’area minima di 5.000 metri quadri con larghezza non inferiore a 20 metri; l’altezza media degli alberi superiore a 5 metri, con una copertura arborea superiore al 10%. Sono esclusi però i terreni con finalità diverse dal mantenimento di una foresta, come i terreni principalmente agricoli e urbani. La FAO aggiunge poi le aree assimilate alla nozione di foresta (es. radure) e quelle escluse (es. piantagioni di palme da olio).  

Un insieme di alberi tutti vicini, magari tutti della stessa specie, senza alcuna varietà o distribuzione irregolare delle piante non li rende un bosco, tantomeno una foresta.

Questa definizione non ha valore giuridico ma inventariale: mira a identificare un inventario delle foreste del mondo. La definizione della FAO è infatti creata raggruppando le definizioni di tanti Stati e questo permette loro di accettare la definizione sul piano internazionale: si tratta di una definizione-compromesso. Molti Stati però mantengono le proprie definizioni nella gestione degli inventari delle foreste nazionali. Quindi, la definizione della FAO è largamente accettata a livello internazionale, ma non sempre adottata a livello nazionale. Perciò quando gli Stati riportano i dati delle proprie foreste alla FAO per un’analisi periodica sullo stato delle foreste nel mondo, devono prima avere i dati nazionali calibrati alla definizione della FAO.

L’Italia ha accettato la definizione inventariale della FAO anche a livello nazionale ma ne usa una normativa diversa. Quest’ultima è contenuta nel Testo Unico in materia di Foreste e Filiere forestali (2018) e cerca di armonizzare le definizioni giuridiche diverse fra le Regioni italiane ponendo dei parametri minimi di dimensione forestale. Secondo il Testo, foreste sono “le superfici coperte da vegetazione forestale arborea, associata o meno a quella arbustiva, di origine naturale o artificiale in qualsiasi stadio di sviluppo ed evoluzione, con estensione non inferiore ai 2.000 metri quadri, larghezza media non inferiore a 20 metri e con copertura arborea forestale maggiore del 20%.

Prima del Testo, le Regioni consideravano le loro foreste con definizioni legali a volte molto diverse, come la superficie minima che variava da 2.000 metri quadri per la Lombardia a 10.000 per la Sicilia. Perciò quello che avveniva in una foresta siciliana d’area inferiore ai 10.000 metri quadri non era un illecito forestale, mentre lo poteva essere per la legge lombarda. I nuovi parametri della definizione di foresta servono quindi a garantire una base minima di tutela delle foreste che sia comune fra tutte le Regioni.

Queste possono oggi aumentare la tutela legale dei loro boschi aumentando i parametri della definizione del Testo, ma non diminuendoli. La definizione può così adattarsi alle caratteristiche ecologiche, territoriali e socio-economiche che differenziano le foreste delle Regioni.

Quindi la definizione del Testo Unico ha posto parametri minimi di tutela giuridica delle foreste che sono comuni a tutte le Regioni italiane. Non ha risolto però alcuni problemi presenti anche prima del Testo: le Regioni possono ancora avere definizioni diverse di foresta perché possono aumentare i parametri di tutela delle foreste in modo disomogeneo fra loro. Questo continua a dare poca chiarezza non solo sul piano informativo e statistico, ma anche sanzionatorio: quello che si considera un illecito in una Regione può non esserlo in quella confinante.

La giungla di definizioni ora sembra più fitta: non c’è diversità solo fra definizioni ma anche fra tipi di definizione, per esempio fra quella giuridica e quella inventariale. È difficile quindi trovare una definizione di bosco accettata da tutti. Ma è davvero necessaria? Una pletora di definizioni permetterebbe di catturare meglio tutti i colori delle varie definizioni creando un’immagine più completa di foresta. “La definizione di foresta non può voler abbracciare la totalità di ciò che le foreste sono” perché “specifici obiettivi, percezioni, concetti e priorità creano definizioni diverse” e non una sola.

Quest’articolo lascia la discussione aperta: quali sono i pro e contro di un’unica o molte definizioni e di diversi tipi di definizione a vari livelli? Quali sono i diversi concetti di foresta che possono essere incapsulati in diverse definizioni? Chi costruisce e perché promuove queste definizioni? Questo può aiutarci a capire cosa intendiamo con ‘foresta’ e a chiarirci quando ne parliamo con altri.

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