Intervista impossibile a H.D. Thoreau

Vivere nei boschi per riscoprire i valori della civiltà e la propria missione per la società

La brezza di settembre increspava la superficie del lago e faceva tremolare l’immagine del bosco di Walden e del gregge di nuvole in cielo. Henry mi aspettava seduto fuori da una capanna di legno che aveva costruito due anni prima, quando era andato a vivere in quel bosco del New England. Il suo rapporto con la natura avrebbe ispirato molte persone nei 150 anni successivi, fino a considerare Henry David Thoreau come un padre dell’ambientalismo.

Naso rapace, fronte larga, occhi azzurro-cenere e quasi trent’anni. Era nato nel 1817 in Massachusetts a Concord, la cittadina vicino al bosco di Walden. Avevo letto che era rimasto insoddisfatto dei suoi studi ad Harvard, aveva insegnato, era contrario alla schiavitù e aveva preferito passare una notte in carcere piuttosto di pagare una tassa per la guerra contro il Messico.

Ora stava là e mi faceva cenno con la mano di avvicinarmi per l’intervista che avevamo concordato. Almeno così mi immaginavo.

Henry: Benvenuto.

Giacomo: Ciao, Henry. Felice di essere arrivato. Potrei avere dell’acqua?

Henry entrò in casa, uscì con un mestolo che mi lasciò fra le mani, e mi indicò il laghetto. Proprio come immaginavo.

Dopo essermi accomodato su una delle tre sedie e alcune cerimonie iniziali, iniziai con una domanda.

G: Da dove vengo, molte persone ti vedono come un modello. Dopo aver cominciato a insegnare, decidi di lasciare la società e vivere nei boschi. Perché?

H: Non sono un Robinson, né sono fuggito dalla civiltà, che frequento di tanto in tanto. Ma è forse separandomi da essa che riesco a recuperare i valori perduti del New England. Volevo anche concentrarmi sui miei scritti. Per questo, un amico mi consigliò di costruire una casa nei boschi e di viverci.

G: Perché nei boschi? Che cosa ti attrae?

H: Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto. Nei boschi noto le stagioni che passano; non sono che lo sviluppo personale dell’uomo. Sì, il bosco fa maturare un’attenzione diversa all’essenziale della vita, ai suoi valori. Separato dalla civiltà, posso concentrarmi sulla civiltà, su me stesso e sull’essenziale. E qui capisco l’importanza di stare nel punto d’incontro fra due eternità, il passato e il futuro, che è il momento presente.

G: I boschi quindi sono il luogo ideale per concentrarsi sull’essenziale della vita, separando l’utile dall’inutile, e per imparare a vivere nel presente. Dai gran valore al bosco.

H: Il bosco ha un valore ben più grande di quello che l’uomo spesso gli dà in metri cubi di legno o in dollari. Un pino abbattuto, un pino morto, non è un pino più di quanto le spoglie di un defunto siano un uomo.

G: Che intendi dire?

H: Che questi sono utilizzi meschini e accidentali, proprio come se una razza più forte ci uccidesse allo scopo di fare bottoni e pifferi con le nostre ossa perché ogni cosa può servire uno scopo più vile oltre che uno più elevato. Ogni creatura è migliore da viva che da morta: uomini, alci e pini. E colui che lo comprende appieno preferirà conservare la vita invece che distruggerla. 

G: Però hai costruito la tua capanna con il legno del bosco!

H: Certo. Lo ho fatto perché era essenziale. Quanti pini credi siano abbattuti in genere per una casa in città? O per i nostri capricci sull’altare della civilizzazione? Amo di più lo spirito vivente dell’albero, non le sue assi.

G: Il bosco insegna a guardare alla natura fuori dall’utilitarismo economico e a scoprire un valore intrinseco, capace di generare amore fra uomo e bosco.

H: Sì, non parlo dell’economia mercantile ma di un’economia dell’essenziale. Un uomo è ricco in proporzione al numero di cose che può permettersi di lasciar perdere.

G: E questo si costruisce sui valori che si scoprono stando a contatto con la natura, o coi pini.

W: Pini, gufi, oche selvatiche… È per questo che abbiamo bisogno di foreste incontaminate dall’uomo, il quale può venire a visitarle come fa coi suoi amici.

G: L’importanza di spazi destinati solo alla natura… E che raccomandazioni dai ai posteri per i boschi?

H: Ricercate i valori della civiltà. Cercate nei boschi. Cercate nei classici, come il De re rustica di Catone; aiuteranno ad apprezzare il lavoro con la natura nel suo essenziale. Non ponetevi con superiorità sui boschi, come con le persone, ma imparate il loro sistema di interazioni e portatelo nella società. Riconoscetevi in queste relazioni e riconoscerete l’autenticità dei vostri bisogni e rapporti. Metteteli in pratica con la varietà delle vostre personalità. Io non vorrei che nessuno adottasse il mio modo di vita. Desidero che ci sia al mondo il maggior numero possibile di persone diverse, come di pini!

Un treno non lontano mi riscosse. Mi rialzai dalla roccia su cui ero seduto e me ne andai. 

Thoreau abitò lì per due anni, due mesi e due giorni, pubblicando poi il libro Walden, o vita nei boschi. Morì nel 1862, dieci anni prima che fosse istituito Yellowstone, il primo parco naturale al mondo, come a conservare le foreste vergini che Thoreau decantava. Thoreau aveva visto i campi allargarsi con la deforestazione in Massachusetts per sfamare una popolazione in continua crescita. Gli stessi boschi di Concord erano caduti per fare spazio alla locomotiva del progresso e per il suo carburante, prima che Thoreau ci andasse a vivere. Era diretto testimone della deforestazione, oggi presente più ai Tropici. Quanto è facile ammirare il rapporto di Thoreau coi boschi, tanto è grande la sfida di metterlo in pratica, e non solo coi pini ma anche con le persone. L’eremitaggio fra i boschi gli aveva rivelato il suo obiettivo per la società da cui si era separato: “La mia personale vocazione a fare il bene richiestomi dalla società, a salvare l’universo dalla distruzione” che per lui equivaleva a salvare dalla civilizzazione i boschi, l’ambiente di cui tutti facciamo parte.

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